Gregg Allman – Low Coutry Blues (2011)
- Album: Low Country Blues
- Anno: 2011
- Artista: Gregg Allman
di Carlo Ghiani
Quattordici anni sono tanti. Nella società moderna, coi suoi ritmi frenetici, sono addirittura un eternità. Il mondo discografico, in crisi da tempo, cerca di combattere la sua attuale recessione portando alla ribalta un numero infinito di meteore e pseudo artisti. E via tutti pronti ad osannare la nuova star, almeno per qualche giorno. Gregg Allman, fulcro del southern rock coi suoi Allman Brothers a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, ha visto il successo allontanarsi ormai da qualche decennio, coltivando nel corso degli anni una produzione in proprio di tutto rispetto. L’età, si sa, è un arma a doppio taglio, che dove toglie nel fisico aggiunge -spesso- in esperienza, quella stessa esperienza che ti fa capire che se in musica non hai niente da dire, è meglio che te ne stia in disparte, almeno per un po. Un suo nuovo album, best of a parte, mancava dal lontano 1997, da li in poi solo una neanche troppo intensa attività concertistica e un lavoro con la band madre.
Chissà che faccia avrà fatto l’appassionato che passa le ore nei sempre più pochi negozi di dischi di fronte a questo nuovissimo “Low Country Blues“: combattuto tra la curiosità e la sfiducia nelle residue energie dell’artista, con ogni probabilità avra riposto il compact disc nello scaffale.
Niente di più sbagliato: ci troviamo di fronte a un album elegante, convincente e grintoso. Un disco di blues. Superata abbondantemente la sessantina, il buon Gregg suona alcuni dei suoi classici blues preferiti, sul solco tracciato da icone del genere quali B.B. King ed Eric Clapton, rivisitandoli con energia e passione difficilmente prevedibili.
L’Lp, se è ancora permesso chiamarlo così, ha una doppia base: da un lato il blues delle origini, specie quello portato alla ribalta dagli anni ’40, ’50 e ’60; dall’altro ha un fratello maggiore in quel “One Kind Favor”, targato 2008, di King-iana memoria. Gregg prende in prestito il piano saltellante di Dr. John, il basso acustico attorniato da sonorità elettriche (cambia l’esecutore, non lo splendido risultato) ed il produttore, T-Bone Burnett. A tutto questo aggiungiamo i ricami chitarristici di Doyle Bramhall II, ormai membro fisso della Eric Clapton Band, e la voce del leader, che il tempo ha arricchito accentuandone le sfumature “nere” che già possedeva.
I pezzi, selezionati tra oltre 10.000 concorrenti, sono prevalentemente dei country-blues (su tutti l’inizio da brividi di ‘Floating Bridge‘ e la conclusiva ‘Rolling Stone’, con le sue percussioni tribali e la slide in evidenza) inframezzati da qualche ballata ( ‘Tears Tears Tears’, guidata dall’hammond di Allman, ma anche e soprattutto la resa di ‘Blind Man’ di Bobby Bland) e arricchiti qua e la dall’intervento dei fiati; unico brano a firma Allman è ‘Just Another Rider’, che col suo refrain orecchiabile e i dovuti tagli potrebbe essere il candidato principale a fare da singolo promotore.
In un panorama musicale in cui drum machine, sintetizzatori e computer sembrano tracciare la via, un album come “Low Country Blues” non suona come un disco del passato, ma ha in se la bellezza di una incisione del 2011, che racconta una storia lunga cent’anni con tutti i vantaggi che la tecnologia mette a disposizione.
E per una volta non è un difetto.
Voto: 




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Articolo pubblicato il 12/04/2011, 0 visualizzazioni



By valerio, 14/04/2011 @ 5:02 pm
Lavoro molto caldo e orecchiabile, che quasi scivola via lasciandoti un alone di benessere. Ottima disamina dell’autore, che non tralascia particolari rilevanti. In bocca al lupo per questo nuovo sito.
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