ESCLUSIVA – King Howl Quartet: ‘Il nostro disco? Un cazzotto. Vorremmo che attraverso noi passasse il vecchio blues’

By | 01/09/2011

di Carlo Ghiani

Punk, stoner e rock’n'roll per raccontare il blues. Possibile? Assolutamente si. I King Howl Quartet sono stati i grandi protagonisti della Cagliari Tattoo Convention appena terminata, con uno show che ha lasciato tutti, addetti ai lavori compresi, a bocca aperta. Noi li abbiamo incontrati poco prima della loro esibizione, col batterista Dam ed il cantante Diego a confidarsi ai nostri microfoni.

Innanzitutto da dove nasce il nome?
“Prima di tutto dall’esigenza di avere un nome. L’ululato è una figura retorica che nel blues ricorre spesso, per una chiara valenza emotiva, da questo il King per rafforzarlo. E se vogliamo c’è anche un’assonanza con Howlin’ Wolf, che certamente è uno degli artisti che ha più influenzato la prima parte della nostra carriera”.

Come si inizia a suonare blues?
Dam: “Per crescita, dipende dal tuo background, da dove vieni, da dove e cosa inizi a suonare. Ci sono due possibilità: o vai a ritroso, o vai avanti. Noi sicuramente siamo andati a ritroso, e tornando indietro, alle origini, ci siamo ritrovati a suonare il blues, che è il genere che accomuna tutta la band. Il risultato di quel che suoniamo è effettivamente blues, ma rispecchia le singole passioni di ognuno”. “E poi” – interviene Diego – “suona sempre attuale, suonava attuale negli anni ’20 e credo sarà ancora così tra mille anni”.

Il vostro è effettivamente un blues con tante contaminazioni, e infatti su Facebook scrivete che la vostra musica è il frutto delle differenti esperienze all’interno del gruppo. Da quali parrocchie provenite?
Dam: “Personalmente ho cominciato suonando con i Fun Key, ho suonato un po’ di trash con gli Euguamia (oggi Lobo’s Middle Finger), poi son passato per la trafila dei gruppi cover, e tuttora faccio parte dei Rocket Queens, con cui suono i Guns’n'Roses. Ci sono anche Radio Alter e Super Oil 69, dove ho incontrato Marco, il nostro chitarrista, a sua volta responsabile di un quintetto di prof-psichedelia a suo nome, l’Antagonista Quintet”. “E poi ci siamo io e Alessandro Cau” – aggiunge Diego – “Io vengo dal punk, e tuttora con l’altra band con cui suono, The Giannies, faccio rock’n'roll ma in salsa punk. Ale, il bassista, viene dai Pirina Scream, il gruppo storico della famiglia Pirina, praticamente un’istituzione. Ecco, il rock settantiano di Damiano, il southern di Marco ed il mio punk portano a questa miscela impazzita che si chiama King Howl Quartet”.

E’ più difficile trovare un ingaggio per una bluesband rispetto a un altro gruppo?
Dam: “E’ difficile trovare un ingaggio a prescindere” ride “Sta diventando una faida, una lotta tra gestori che vogliono guadagnare il più possibile e gruppi con paghe sempre più basse. Ci sono tante band validissime che non riescono a guadagnare la dimensione live e quindi non emergono”. Poi Diego: “L’ingaggio magari lo ottieni, però è difficile trovare persone che ti trattino per quello che vali. Tu stai portando la tua arte, che in primo luogo esalta te e chi ti ascolta, ma non per questo deve essere sfruttata, bollata come divertimento. Su questo i gestori ci mangiano parecchio. Ad ogni modo come King Howl Quartet non ci possiamo lamentare: pur essendo un tipo di musica molto potente, a tratti stoner, rimaniamo comunque blues, e il blues continua a far pubblico e a riempire i locali”. “Anche perchè la nostra musica” – ricorda Dam – “Proprio per le sue tante influenze piace a tanti tipi di ascoltatori”.

Come vedete attualmente la scena blues a livello sardo?
Dam: “In realtà sono un appassionato di musica più vintage, sono praticamente fermo agli anni ’70. Meglio che parli Diego”. Accontentato. “In questo momento l’artista blues per eccellenza è senza dubbio Francesco Piu, che ha anche collaborato con noi nel nostro disco. Lui è una delle rivelazioni del blues italiano, ma ci sono tanti gruppi che magari eseguono un repertorio di sole cover, gli standard per intenderci. Poi mi piace ricordare Le Susine Dell’Orto Di Nonno, un fortissimo gruppo di Oristano, ma a dire il vero noi ci discostiamo abbastanza da questa scena, perchè il nostro blues è tutt’altro che standard”.

Un occhio al panorama internazionale: si va sempre più verso il basso o ci sono soluzioni e nuovi artisti interessanti?
Dam: “Idem come sopra. La cosa più attuale che ho ascoltato è l’ultimo disco di Tom Waits (‘Bad As Me’, ndr), bellissimo come ogni cosa che fa. Ma comunque anche lui ha la sua età, e non parliamo certo di una nuova rivelazione”. Diego: “Sono attratto soprattutto dalla scena stoner europea, davvero molto viva. Ti cito i norvegesi Sungrazer, l’istituzione tedesca Colour Haze, ma potre farti migliaia di nomi. E consiglio a tutti di ascoltare i Legandary Shack Shakers, un gruppo del Kentucky che suona una miscela pazza di punk, rockabilly, psychobilly e country blues”.

Tra poco uscirà il vostro primo album: cosa dobbiamo aspettarci?
“Un cazzotto” irrompe Dam. Poi Diego spiega: “E’ un viaggio nelle atmosfere blues, ma piuttosto intimo, con tante influenze, stoner ad esempio, ma anche qualcosa di lontanamente accostabile all’hardcore, anche per quanto riguarda l’attitudine e i tempi. Sono 11 canzoni, 7 inediti e 4 vecchi blues degli anni ’20 completamente stravolti”.

Cioè?
Dam: “Ci sono pezzi di Skip James, traditionals, canzoni al tempo concepite per voce e chitarra, noi abbiamo tenuto il testo e costruito tutto il resto attorno. Insomma, formalmente si chiamano cover, ma è un termine che ci sta davvero stretto, perchè lo stesso testo, l’intenzione di quel blues, prendono nuova vita. C’è un pezzo che si chiama ‘Trouble Will Soon Be Over’, uno spiritual di Blind Willie Johnson, che noi abbiamo completamente rivoltato: il tono, la scansione ritmica, anche solo sillabica, del testo, sono completamente diversi, così come la metrica, ma abbiamo voluto mantenere quel messaggio, i problemi finiranno”.

Un altro aspetto importante della vostra musica è il coinvolgimento naturale del pubblico ai vostri spettacoli. Siete riusciti a riportare l’atmosfera dei live su nastro?
“Ancora non sappiamo, dobbiamo ascoltare il disco una volta che sarà stampato, ma soprattutto sarà il pubblico a dare la risposta. E’ davvero una cosa difficile da fare, noi ce l’abbiamo messa tutta e speriamo di esserci riusciti”.

Quali sono i prossimi progetti in cantiere?
Rispondono assieme: “Pompare al massimo questo disco. Uscire in tour fuori dalla Sardegna e promuoverlo in giro per l’Italia. Le prime date saranno in Toscana e nel Lazio, poi andremo nel Veneto, e, speriamo, in Lombardia. Saremo in giro sicuramente a Settembre e Ottobre, il piano è quello di partire dal centro della penisola per poi salire fino al nord”. Diego: “Il disco doveva uscire in Settembre, ma abbiamo avuto parecchi problemi tecnici e uscirà tra circa due mesi, prodotto da un’etichetta che ho avviato tempo fa, la Talk About Records”.

Per finire, cos’è, per voi che lo suonate, il blues?
Lunga pausa di riflessione. Le risposte saranno complementari ma differenti.

Prima Diego: “Per me è un modo di essere triste ma anche felice allo stesso tempo. E’ una miccia, che ti fa dire “Quanto sono incazzato oggi” così come “Che bella quella ragazza”. E’ una maniera viscerale di interpretare le cose, che poi trasporti sul palco ma non solo. Noi siamo un po’ degli outsider del blues, perche non facciamo standard, e tanta gente non ci riconosce come gruppo blues. Ci puo pure stare, ma è un’altra conferma di una brutta tendenza che si sta creando attorno questo genere; mi riferisco al fatto che tante volte si individuino come bluesband “pure” solo quelle che suonano vecchi standards magari insieme a cover di gruppi come Creedence Clearwater Revival, per citarti un nome, i cosiddetti gruppi rock-blues per intenderci. Personalmente credo che il blues possa essere presentato in tantissime altre forme, la nostra è una di queste, e spero, nel nostro piccolo, che attraverso i King Howl si propaghi un nuovo amore per il blues. Se un ragazzo ascolta e apprezza la nostra versione di ‘Death Letter’ non conoscendo l’originale, spero che poi vada alla ricerca di Son House, che è sicuramente molto meglio di noi”.

Secondo Dam “E’ una valvola di sfogo molto ampia. Che tu sia felice, triste, arrabbiato, qualsiasi sentimento tu provi in quel momento, tu puoi esprimerlo attraverso il blues. E’ davvero un modo di essere, senza dimenticarci che attraverso il blues puoi comunicare tutto, e la gente questo lo capisce. Tutto viene dal blues, il jazz, il rock’n'roll, il rock più duro dei Sabbath e degli Zeppelin, che poi genererà tutta la musica odierna. Anche noi veniamo da la. Se tu prendi la base, i campi di cotone, e la capovolgi, la stravolgi portandola ai nostri giorni, ottieni i King Howl Quartet. E sarebbe molto bello che attraverso noi passasse il vecchio blues. Ci sono tantissime persone che non lo conoscono, e mi piace pensare che a nostro modo portiamo qualcuno a scoprire e apprezzare cosa c’è stato all’origine della musica del ’900″.


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Articolo pubblicato il 1/09/2011, 515 visualizzazioni

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