Report – Gods of Metal 2012, 23 e 24 Giugno: Motley Crue, Ozzy&Friends e l’Apocalisse
dalla nostra inviata Antonella Viaggiu
La Genesi
Tutto è iniziato l’11 Novembre del 2011 alle ore 11:11.
Non si parlava d’altro che di questa data, con la presenza ridondante di questo 11, che avrebbe portato disastri, catastrofi, smottamenti, e chi è più drastico più ne metta.
Nulla di tutto questo, a parte uno dei più grandi tsunami della storia musicale.
Forse perchè si tratta del ritorno della più grande band heavy metal di tutti i tempi: i genitori di tutto quel metal che è nato dopo, tutto quel rock’n'roll che oggi tenta di emulare grandi della storia passata.
Una parte della storia del rock internazionale sta per riprendere vita, sta per ripetersi, per dimostrare che tanti rancori e livori del passato non esistono più; sono cresciuti, maturati, pronti a tornare per un nuovo disco, un nuovo tour e per far parlare nuovamente di sè: signori e signore i Black Sabbath nuovamente insieme, Tony, Ozzy, Geezer e Bill.
Ed è così che lo staff del Gods of Metal decide che per il 2012 saranno loro a concludere i quattro giorni del più grande festival di musica metal esistente in Italia. Promuovono subito la grande giornata, l’evento più grosso e importante dell’anno, o forse degli ultimi anni. Nel mondo della musica se ne sono viste tante di reunion, e di continue disfatte, ma quella dei Black Sabbath rimaneva sempre un sogno, un miraggio, un’utopia. Ma stavolta ci siamo, è fatta: i Black Sabbath tornano con un nuovo disco e un nuovo tour mondiale.
Ma si sa, come tutti i più grandi tsunami (ahimè naturali) tornano indietro. Prima entrano a casa tua, ti distruggono tutto, e se ne rivanno come se nulla fosse. Anche questo tsunami musicale ci lascia prima del tempo. Ecco che riaffiorano i soliti discorsi. Soldi, soldi, soldi. Ora messo da parte lo stato di salute di Tony Iommi, vogliamo parlare del perchè Bill Ward non sarà il batterista dei Black Sabbath?
Non parliamone. Perchè se fosse come anni fa che Billy mostrava segni di stanchezza e più di 3/4 date non riusciva a portare avanti ci sta, ma che si discuta sempre e solo di soldi non se ne può più. Insomma, cari fans, state vicini a Iommi che sta male, ci dispiace per Billy, ma la reunion dei Black Sabbath è saltata: accontentatevi di un Ozzy&Friends.
L’esodo
Vabbè, come dice quel rocker nostrano? Chi si accontenta gode, così così.
E iniziano così vari ripensamenti. Ne varrà la pena? E come dice Tommy di Trainspotting: “ormai il biglietto l’ho pagato”. Ed è così che va; il biglietto lo hai pagato, chi si batte per rivenderlo con scarsi risultati, chi riesce a farselo rimborsare, e chi invece decide che a prescindere da tutto, vale la pena anche solo vedersi Ozzy e Geezer, e gli amici Zakk e Slash, Gus G. e Tommy Cufletos, Adam alle tastiere e Blasko al basso. E allora vada per Ozzy&Friends.
L’arrivo alla Fiera di Rho è un vero e proprio esodo. Dall’hotel più vicino alla fiera si spostano in massa migliaia di persone, svizzeri, tedeschi, sardi naturalmente, milanesi, napoletani, pugliesi etc. etc.
Tutti con un unico obiettivo, raggiungere la Fiera e gustarsi 14 ore di musica ininterrota, fino a raggiungere il momento tanto atteso, vedere sul palco Motley Crue e Ozzy Osbourne.
Il Gods of Metal è il più grande festival musicale heavy metal che sia mai stato pensato ed organizzato in Italia, quattro giornate di musica heavy metal ininterrotta, e non solo. E se si va lì per la prima volta, non si ha davvero idea di cosa aspettarsi; pensi e ti fai delle aspettative sulla serata che ti regalerà il tuo beniamino, ma non pensi minimamente a cosa vai incontro, cosa ti si presenterà di fronte, cosa realmente accade alla Fiera di Rho.
No, non voglio tediarvi con tutte le sensazioni e le emozioni che si creano quando finalmente sei dentro l’evento, quando tutti ti rincorrono e ti dicono che addirittura ti sei mosso dalla Sardegna, quando un tuo conterraneo ti vede con la bandiera dei quattro mori e ti ferma per chiederti di dove sei, cosa fai, quanti giorni ci sei al Gods.
Il Gods of Metal non è un semplice festival, è una vera e propria festa nazionale del metal. Peccato averne vissuto solo due giornate. Vabbè da questo momento in poi, metteremo da parte 20 euro al mese, così l’anno prossimo, potremo godercelo interamente, in ogni sua giornata, ogni sua sfumatura.
Le cronache
La terza giornata del Gods of Metal è interamente dedicata allo stile glam-rock, che ha condizionato gli anni ’80 e ha portato decisamente fortuna alla band che salirà sul palco stasera: i Motley Crue.
Sono appena le tre del pomeriggio, Milano si dimostra per quella che è: calda e afosa.
Il sole cocente però non impedisce di far cadere l’occhio sull’abbigliamento glam, e l’orecchio sull’heavy metal di una band svedese niente male: gli HardCore SuperStar. Diffidate dalle etichette, non abbiamo difronte una band glam o sleazy metal (così si chiamano in Svezia), qua abbiamo di fronte una band che ha capito il concetto ‘dell’abito non fa il monaco’. Ascoltatevi ‘Moonshine’, ‘Wild Boys’, ‘We don’t celebrate Sundays’, ‘Liberation’, e poi fatemi sapere.
Alle sei del pomeriggio è il momento del grande ritorno di Justin Hawkins e dei suoi Darkness (questa è una reunion!), ritorno che però viene interroto per circa 20 minuti da un serio problema tecnico. Imbarazzati e perplessi, i Darkness vengono incitati dal pubblico a non doversi vergognare di nulla, e così il frontman ha avuto l’ottima idea di intrattenere il pubblico delle prime file scendendo dal palco e salutando tutti i fan presenti, firmando autografi e ingannando l’attesa. Non appena ripristinato il problema, Justin si ripresenta sul palco in tutina e i Darkness sono pronti a regalarci due loro classici: ‘I Believe In a Thing Called Love’ e ‘One Way Ticket’.
Dopo un continuo vociferare dello spettacolo del giorno prima, di quasi tre ore e mezza dei Guns’n'Roses, è il momento di salire sul palco per Slash feat. Myles Kennedy and The Conspirators. Non c’è che dire, la storia si ripete: i fan accolgono con molto più amore i brani dei vecchi Guns come ‘NighTrain’, ‘Rocket Queen’, ‘Sweet Child O’Mine’. I brani del nuovo disco di Slash sono meno conosciuti, ma non per questo poco goduti dal pubblico. Il pubblico si esalta notevolmente (o forse ero solo io?) quando Myles Kennedy va in pausa, e a prendere il suo posto c’è il bassista Todd “Dammit” Kerns, che come sempre ci delizia con ‘Doctor Alibi’, e oggi per la prima volta canta anche ‘Out Ta Get Me’, brano dei vecchi Guns. Si conclude tutto con un “Forza Azzurri” di Slash, che sottolinerei ci sta portando decisamente bene. Detto questo Slash poteva essere headliner senza problema alcuno, moltissima gente era qui soprattutto per lui e Myles. Dominatori.
Sono ormai le ore 21. Tra poco più di mezz’ora saliranno sul palco i Motley Crue. Abbiamo tutto il tempo per una birra e per sceglierci la posizione ideale da cui godere dello Show. Appurato che stando sotto il palco il batterista scompare, decidiamo di retrocedere di qualche metro e di appurare la posizione da cui si ha la piena visuale del palco. Come si dice in queste occasioni? Il momento è catartico. Conoscendo i Motley Crue solo di fama, e conoscendo Tommy Lee per i gossip (e non solo!) non abbiamo esattamente idea di quello che dobbiamo aspettarci. Abbiamo visto qualche video su YouTube, ma non è la stessa cosa come vederli e sentirli dal vivo: quando conosci le canzoni tendi a cantarle a squarciagola e dimostrare agli altri quanto si sa della band, ma poi? Abbiamo goduto realmente della musica che ci ha accompagnato lungo la serata? No, quindi tutto sommato siamo contenti di essere lì, senza saperne nulla, o quasi. Riconosciamo qualche classico dei Motley Crue, ma mi rendo conto che solo io sto ascoltando l’unione dei 4 strumenti e della voce di Vince Neil: tutti sono occupati, con bocca aperta e faccia da pesce lesso, a guardare le due giovani, belle e prorompenti coriste e ballerine che accompagnano Vince e il resto della band. Tutto sommato li capisco, anch’io avrei la bava alla bocca se al posto di Vince ci fosse Tommy Lee. Ma a parte questo, credo di aver assistito ad uno spettacolo unico. A parte l’essermi sentita catapultata direttamente negli anni ’80, e senza bisogno di abiti lustrati, macchine del tempo e robe varie, i Motley Crue hanno davvero fatto un ottimo spettacolo: forse esagero perchè non li conosco abbastanza, ma quello che ho visto non capita di vederlo tutti i giorni. Sopratutto non capita di vedere tutti i giorni una batterista che fa il suo ‘drum solo’ in una batteria rotante, capace di suonare la batteria a testa in giù e sospeso così a mezz’aria. Certo avrà trovato l’adrenalina in qualche sostanza abbastanza conosciuta, ma ci vuole fegato e sangue freddo, come quello che ha avuto il giovane Domenico (invidiatissimo da tutte le donne!) che vincendo il concorso della rivista MetalItalia “Mötley Crüe Roller Coaster Competition”, ha avuto modo di sedere dietro Tommy Lee e fare un giro nella cosidetta “batteria rotante”.
Questa giornata la concluderei con un semplice “Amazing! And Good Night My Friends” ,domani ci aspettano altre dodici ore di musica, e oggi siamo in piedi dalle 5 a.m.
Il Cantico dei Cantici
Nome più approppriato non potevo trovare. La giornata oggi è pesantemente heavy. E non mi riferisco solo al caldo, che già dalle 10del mattino si fa sentire ma proprio dal parterre di band che oggi saliranno sul palco: dai Trivium ai Lamb of God, da Black Label Society agli Opeth, fino ad arrivare alla parte clou della giornata: Ozzy&Friends.
Arriviamo alla fiera che il primo pensiero va ad una bella birra fresca (V.M. 18 anni, non bere di buon mattino), e alla voce femminile di Kobra Paige che arriva in lontananza dal palco. Sono i “Kobra and The Lotus”, band canadese, il cui stile richiama il NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal): per intenderci il genere degli Iron Maiden, Def Leppard, Motorhead, Judas Priest and Saxon. Ma vi anticipo già che la vera scoperta e sorpresa della giornata sono dei giovani ragazzi provenienti da Lancaster, Pennsylvania: gli “August Burns Red”. Metalcore allo stato puro suonato da dei giovani sbarbatelli.
Vi immagino già cercando foto su internet, informazioni sulla band, e immagino soprattutto la vostra faccia nel vedere 5 giovani ‘pischelli’ in infradito, magliettina beach e con la barba inesistente in volto: no, non sono dei NERD, e comunque anche se lo fossero, dimostrebbero anche loro che nel terzo millennio l’abito non fa davvero il monaco.
I tre gruppi che andranno a seguire dopo hanno due comuni denominatori: tutti provengono dagli United States e sono tutti sotto la Roadrunners Record. I DevilDriver da Los Angeles band heavy metal nata nel 2003; i Trivium dall’Orlando (Florida) suonano alle tre del pomeriggio un metalcore con varianti trashmetal. Ma il momento epico arriva quando i Lamb of God salgono sul palco: un exodus generale porta centinaia di persone ad allontanarsi dal palco, chi per una semplice birra, e chi come me si sposta in una zona d’ombra e cerca di recuperare un po’ di sonno. Un’ora e mezza piena, il NWOAHM dei Lamb of God è penetrante e monotono, una falsissima copia degli Slayer e dei Pantera. Un’ora e mezza interminabile di inutile chiasso.
La mezz’ora necessaria ai roadies per smontare l’attrezzattura dei L.O.G e sistemare quella della band che sta per salire sul palco, è davvero una mezz’ora di pace, di quiete, dopo una tempesta davvero insopportabile.
Oh, si, si, non fate quelle facce. I Black Label Society sono decisamente meglio dei L.O.G., o almeno a mio avviso lo sono. Intravediamo dietro circa 20 Marshall un capello biondo e un po’ crespo, e si alza un boato non indifferente: “Zakk, Zakk, Zakk, Zakk”. Qualcuno commenta “Quando ho saputo che c’erano anche i BLS, ho deciso di venire al Gods”, io sorrido e penso “Per essere nel PIT devi averci pensato lo stesso giorno che c’ho pensato io, e Zakk non aveva alcuna intenzione di venire a Milano.”
Comparso sul palco con le piume da indiano in testa, Zakk da subito da il meglio di sè: mastodontico Zakk Wylde, imponente e sempre più barbuto, che non perde occasione di picchiare i pugni sul petto come se fosse il vero King Kong, re dello spettacolo.
Eravamo tutti in attesa dell’omaggio a Dimebag Darrel (Pantera) da parte di Zakk Wylde, ma non arriva: Zakk è sempre concentrato su di se, a mostrare in continuazione le sue capacità tecniche di chitarrista, dimenticandosi della comunicazione (anche a gesti) con i fan. Recuperano il bassista John “JD” DeServio e l’altro chitarrista Nick Catanese.
La fine della serata spetta agli Opeth. Un’altra scoperta musicale davvero interessante. Alla faccia della freddezza di Stoccolma, questa band svedese è tutto il contrario di tutto ciò che abbiamo visto poc’anzi con Zakk&Co. Il cantante e chitarrista Mikael Akerfeldt, che si occupa sia del cantato pulito che del growl, coinvolge il pubblico con battute e gli invita sopratutto a unirsi a loro nell’omaggio ad una delle più grandi rockstar degli ultimi tempi venuto a mancare il 16 Maggio di due anni fa: Ronnie James Dio.
L’Apocalisse
Ore 21. Gli Opeth hanno appena terminato di deliziarci con la loro musica, e la capacità di alternare del jazz fusion e blues con del death metal pesante, rendendo così divertente il loro show, e ricordandoci spesso ( a mo’ di sfottò) che “Eros Ramazzoti is our idol”.
Salgono sul palco i vari roadies che smontano l’impianto degli Opeth, e sistemano i Marshall di Slash, Zakk Wylde e quelli di Gus G., sistemano la pompa della schiuma bianca, e a un lato del palco tre secchi pieni di acqua per innafiare come di consuetudine tutti i fans accorsi allo Show di John Michael Osbourne.
Dopo pochi minuti, sull’unico mega schermo presente sul palco, vanno in scena alcuni dei video storici della storia di Ozzy, e anche dei Black Sabbath: da ‘Iron Man’ a ‘Shot in The Dark’, da ‘Crazy Train’ a ‘Let me hear you scream’ e via così.. finchè alla fine il vero re della serata, il fratello maggiore dell’heavy metal (come si definisce lui), lancia un urlo da dietro le quinte, come a dire: “Ehi Ragazzi, sono io, sono arrivato e sono Vivo”.
L’inizio del live show di Ozzy Osbourne con ‘Bark at the Moon’ è davvero l’inizio dell’Apocalisse, l’inizio della fine, quella fine che non vorremmo arrivasse mai.
Lacrime, stupore, incredulità. Esiste davvero. John Michael Osbourne non è un entità astratta, non sono solo racconti che leggi in un libro, o un enciclopedia musicale che ti vuole spiegare come si nasce, si cresce e perchè lui a 64 anni è ancora lì, nonostante la galera, nonostante l’alcool e la cocaina, nonostante questa forma parkinsoniana non ancora identificata. Ozzy Osbourne esiste. Ne ho le prove. Del resto siamo al ‘Gods of Metal’.
Dopo l’assaggio iniziale, Ozzy assaggia una bevanda non identificata all’interno di una tazza da tè: ci convinciamo davvero che sia tè caldo, per mantenere vive le corde vocali, e regalarci ‘Mr. Crowley’, ‘Suicide Solution’, ‘I Don’t Know’ e ‘Shot In The Dark’.
Il pubblico incalza, iniziano dei veri e propri cori da stadio del tipo: “Olè Olè Olè Ozzy Ozzy”, e il Madman ci guarda stupito e ci sollecita a continuare, e lui nel frattempo si fa un altro goccino di tè, per arrivare ai veri classici che noi amiamo. Quei classici che avremo voluto vedere suonati dai nostri cari e amati Black Sabbath. E’ il momento di ‘Iron Man’, ‘War Pigs’ e ‘Fairies Boots’.
Al basso abbiamo naturalmente, l’unico Black Sabbath che ha dimostrato di non fregargliene nulla dei soldi e dei soliti introiti economici, Mr. Geezer Butler. La sua mano piccolina su quel basso è una vera forza della natura, accompagnato dalla chitarra di Zakk Wylde (che pecca un po’ di superiorità e sbaglia!) e Tommy Cufletos alle pelli.
Cantiamo, balliamo, incitiamo Ozzy a darci ancora di sè, lo preghiamo di donarsi ancora noi, perchè già sappiamo che certe cose non accadono tutti i giorni; non esci di casa e ti ritrovi nello stesso supermarket di Geezer e Ozzy, e li saluti e gli ripeti che sono i numeri uno. Siamo troppo presi dall’emozione, solo ora l’adrenalina si è messa realmente in corpo, e nel vedere tutti sul palco capiamo che qualcosa non quadra.
Slash, Zakk, Gus G., Blasko, Tommy e Geezer: sono tutti sul palco.
Ozzy presenta ‘Paranoid’, quel pezzo che nacque come tappabuchi, e che da inizio alla vera apocalisse. Il pubblica s’infiamma notevolmente, urla e grida, e ancora pianti perchè ormai è finita. Per quanto Zakk continui a ricordarci quanto è bravo con la chitarra, molti hanno il fumo dalle orecchie: lo show è finito.
‘GoodNight my friends, I love you. I Love you’, ma purtroppo niente ‘See you soon’.
Ora non vogliamo pensare che Ozzy abbia preferito i rigori di Italia-Inghilterra, ma qualora lo avesse fatto, siamo contenti comunque. Un’ora e mezza di live show ne è valsa davvero la pena; Ozzy ha dimostrato che al confronto tutti quei sapientoni “tutto casa e chiesa” a 64 anni staranno seduti su una sdraio a dondolo con il plaid sulle gambe, e lui invece sembra che non ce la fa più, sembra che quei fari bianchi che gli puntano addosso lo fanno per farlo sembrare giovane e bello, ma il nostro Madman è giovane e bello dentro, e lo ha dimostrato in modo eccezionale.
“Ozzy, I hope to see you soon, but together your friends Tommy, Bill e Geezer. Don’t talk about money, talk about to play more songs”.





